Sabina (Lazio), dall’olivo tradizionale al vaso libero cespugliato

Siamo in Sabina, provincia di Rieti, territorio simbolo dell’olivicoltura italiana. Qui domina il classico vaso Policonico, un sistema nato in un’altra epoca, quando la disponibilità di manodopera era elevata e i costi di gestione erano completamente diversi da quelli attuali.

Oggi però il contesto è cambiato. E deve cambiare anche il modo di concepire la pianta.

In questo oliveto, nato con un sesto tradizionale di 6x6 metri, è stato avviato un percorso di trasformazione verso un 6x3 metri più moderno ed efficiente. Non si tratta soltanto di aumentare il numero delle piante, ma di costruire un sistema più equilibrato, sostenibile e facilmente gestibile.

L’obiettivo è creare un olivo piccolo, libero e produttivo, capace di autoregolarsi. Un sistema che definiamo vaso libero cespugliato o vaso libero Zaragoza, dove la pianta non viene costretta dentro schemi rigidi ma accompagnata verso una struttura naturale, luminosa e ricca di ramificazioni produttive.


Le prime fasi sono semplici: impalcatura a circa 80-100 cm, tutore e alcuni tagli di raccorciamento secondo lo schema classico Zaragoza. Due o tre interventi di topping ed edging permettono di stimolare la pluriramificazione e costruire progressivamente il cespuglio produttivo.

Dopo appena tre anni le differenze rispetto al vaso Policonico tradizionale sono evidenti. Le piante appaiono compatte, equilibrate, ben illuminate nella parte interna e naturalmente predisposte alla fruttificazione.

Nel sistema tradizionale spesso si crea un eccesso di massa legnosa portante: grandi branche, poche ramificazioni a frutto e continua emissione di succhioni vigorosi che ogni anno devono essere gestiti.

È il classico schema del “metti la cera e togli la cera”: la pianta produce vegetazione che poi l’uomo è costretto a rimuovere, sostenendo costi improponibili.

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Nel vaso libero cespugliato invece si elimina soltanto il superfluo, prevalentemente con tagli di ritorno. La pianta, non essendo continuamente destabilizzata, utilizza l’energia per produrre rami a frutto e fruttificazioni e non vegetazione inutile.

Le strutture portanti restano corte, leggere ed efficienti. I rami tendono naturalmente a piegarsi, a ramificare e produrre. Non esistono più poche branche dominanti rigide, ma numerose ramificazioni produttive distribuite in maniera armonica.

Questo consente di mantenere la pianta entro dimensioni contenute, circa tre metri di altezza, perfettamente compatibili con un sesto 6x3 moderno e con una gestione molto più sostenibile.

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Oggi non possiamo più permetterci sistemi che obbligano a lavorare stabilmente a 4-5 metri di altezza o che producono enormi quantità di materiale da asportare durante la potatura.

Se una pianta continua a produrre succhioni vigorosi, il problema non è il succhione. Il problema è quasi sempre uno squilibrio del sistema di allevamento.

L’olivicoltura moderna deve andare verso piante più semplici, più luminose, più produttive e soprattutto più gestibili.

Piccole, libere, cespugliate. Costruite per produrre, non per essere continuamente corrette.

 

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Nota editoriale:

Contenuto originale a cura del Dottore Agronomo Vito Vitelli, elaborato e ottimizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale a fini divulgativi, informativi e di valorizzazione tecnica.”

 

Attività divulgativa svolta in collaborazione con:

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